Seguendo una lucida indicazione di Hannah Arendt, il libro descrive la modernità come un lungo processo di “alienazione dal mondo”, di cui oggi si hanno prove – fra l’altro – nell’urbanizzazione infinita del pianeta, nella dematerializzazione mediatica delle relazioni, nell’aggravarsi della crisi ecologica, nel trasformarsi del Mediterraneo in mare ribollente e così via. Insistendo sul carattere ecosistemico e comune del mondo, il libro individua nel territorio la dimensione da cui si può partire per ricostruire la relazione perduta con esso riscoprendosi come abitanti e come soggetti civici che si prendono cura della varietà eco-antropica dei luoghi. In tal senso, il libro approfondisce e sviluppa la prospettiva dell’eco-territorialismo come via di accesso a questa possibilità.
Questo libro, per la prima volta pubblicato in Italia e accompagnato da una prefazione originale di Dario Gentili, esplora il pensiero di Walter Benjamin attraverso l’interazione tra avanguardia, fotografia e cinema, tracciando un percorso che unisce arte e politica.
Analizzando testi poco studiati come Onirokitsch e La breve storia della fotografia, si mostra come Benjamin riformuli i concetti di modernità e cultura visiva attraverso il materialismo dialettico. L’autore indaga il dialogo tra Benjamin e il surrealismo, il ruolo rivoluzionario dell’immagine nei rayogrammi di Man Ray e il significato estetico-politico del “riso” di Chaplin e Mickey Mouse.
Il libro mette quindi in luce l’importanza della fotografia e del cinema nella trasformazione dell’aura e nei nuovi orizzonti aperti dalla riproducibilità tecnica, offrendo prospettive originali per comprendere la crisi della pittura, il linguaggio del fotomontaggio e il rapporto tra estetica e politica. Un’opera che svela magnificamente come l’immagine moderna diventi un vasto campo di tensioni tra tecnica, estetica e impegno politico.
Il neoliberalismo è riuscito dove i totalitarismi avevano fallito: dare alla luce l’uomo nuovo. Perciò bisogna tornare a interrogare l’“umano”: come si manifesta l’appello dell’essere? In che modo l’arte, la tecnica e il sapere rispondono a tale appello? E qual è il loro rapporto con la dimensione sociale e politica? Com’è possibile creare legami senza essere immersi in un paesaggio “cosmico”? Come mostra il surrealismo, facendo breccia nel muro dell’impossibile, sognare rilancia l’avventura antropologica. Così il sogno di Werner Herzog nel film Fitzcarraldo – trasportare nella giungla una vera nave su una vera montagna – diventa l’invito a inventare delle zattere di salvataggio, per traghettare l’umano verso le temibili sfide del nuovo millennio.
La pandemia ha confermato che la biopolitica è una forma essenziale della politica dominante. Essa tuttavia non ne è il “paradigma”, ma è parte di un insieme di tecniche di governo, in cui il primato della razionalità economica s’intreccia con la pervasività delle pratiche biomediche. Questo libro discute l’idea che una vocazione biopolitica segni fin dalle origini la nostra civiltà e riporta la biopolitica al suo legame con la modernità, alle mutazioni che essa subisce con il variare delle forme di governo e, in particolare, con l’egemonia della cultura liberale e neoliberale. Esso, infine, mostra i fallimenti cui la biopolitica sembra destinata di fronte a problemi come la crisi ecologica e i contagi planetari che ne possono derivare.
«La perplessità, i malintesi, le ambiguità che ancora oggi il pensiero di Nietzsche, come la sua stessa esistenza, suscitano in noi, oltre che rispecchiare la reale contraddittorietà di Nietzsche, mostrano anche come le contraddizioni profonde della società europea dell’Ottocento permangono ancora nella società e nell’uomo di oggi, sia pure a un livello diverso d’intensità e di consapevolezza». Così de Feo nell’Introduzione di questo libro che, uscito per la prima volta nel 1965, è stato riconosciuto da molti come testo inaugurale di una nuova stagione italiana di interpretazioni del pensiero dell’autore della Nascita della tragedia. Qui un giovanissimo de Feo si misura con estrema padronanza con questo pensiero riuscendo a liberare dalle incomprensioni le concezioni nietzscheane del tragico, del sapere e del mondo, facendole interagire creativamente con le visioni problematiche dell’esistenza e della modernità proposte dalla filosofia fenomenologica e ontologica del Novecento.
Se l’architettura non è mai stata semplicemente una tecnica, ma anche e soprattutto un’archè, ovvero il principio che significa e comanda un luogo, oggi, che ogni costruzione è divenuta un’architettura, esiste ancora una possibilità per l’abitare? L’autore, oscillando tra filosofia e teoria dell’architettura, passando da Agamben a Ruskin, da Foucault a Norberg-Shultz, volge lo sguardo al passato ricercando prima nell’esperienza monastica e poi in quella francescana, una di quelle occasioni mancate della storia che aspettano ancora oggi di divenire una possibilità per il presente.