In una zattera ci sono dei tronchi di legno legati tra loro in modo molto lasco, così che quando si abbattono le montagne d’acqua, questa passa attraverso lo spazio tra i tronchi. Per questo una zattera non è un battello. Non tratteniamo le domande. Quando i problemi si abbattono, non serriamo i ranghi – non uniamo i tronchi – per costituire una piattaforma concertata. Ma esattamente il contrario. Manteniamo solo ciò che del progetto ci lega. Da qui l’importanza primordiale dei legami e del modo di legare, e della stessa distanza che sussiste tra i tronchi. È necessario che il legame sia sufficientemente lasco e che non lasci.

Fernand Deligny

Come una zattera di salvataggio “Piani di Salvezza”, che è anche una collana della casa editrice Efesto, è una composizione. Nata da ciò che il mare restituisce, resta aperta alle variazioni, al dissimile, al differenziato.

“Piani” rimanda alle superfici basculanti che si tracciano mentre si attraversano; “salvezza” al gettare una cima in mezzo al naufragio, non a una condizione raggiunta una volta per tutte.

Quando si costruisce una zattera non possiamo decidere in anticipo di quali materiali sarà fatta. Si utilizza ciò che si trova, tutto può essere utile. Allora vagabondiamo sulla spiaggia in cerca di qualcosa, senza sapere bene cosa. Spigoliamo, ammucchiamo alla rinfusa. Subito però ci accorgiamo che non tutti i pezzi si equivalgono: alcuni si incastrano e tengono, altri non funzionano. La selezione si fa in corso d’opera. È il montaggio a svelare le possibilità di ogni frammento. Un pezzo di legno diventa struttura quando incontra una corda che lo stringe; una corda diventa vincolo quando attraversa più corpi legandoli. L’eterogeneità non è ornamento ma la forza di una zattera. Il valore d’uso di ogni materiale dipende dalla sua capacità di generare inneschi, relazioni, connessioni. Di sostenere ed essere sostenuto. Ciò che assicura la tenuta di una zattera, evitando che si sfasci al primo colpo di vento, è la tensione dei nodi che la compongono.

Tracciare piani di salvezza non significa creare una struttura definitiva o perfetta, ma praticare l’arte effimera dell’annodare cercando l’intensità trasversale delle connessioni. Significa costruire una macchina che, per quanto improvvisata e provvisoria, permetta di restare a galla almeno per un tratto di mare. Qualcosa che tenga, non perché si presenta come una totalità compatta e compiuta, ma perché tutto è legato.

Gruppo Redazionale

 

Pierangelo Di Vittorio
Edoardo Fabbri
Riccardo Malatto
Andrea Russo
Giuseppe Santoro

Come partecipare

Non ci sono condizioni particolari per prendere parte alla costruzione della zattera: si tratta di uno spazio aperto, in divenire, che cresce grazie a chi desidera portare il suo contributo e salire a bordo.

Ci interessa il punto di articolazione in cui il pensiero nasce dall’esperienza e vi fa ritorno trasformandola. Presteremo soprattutto attenzione alle proposte capaci di intrecciare le esperienze pratiche con la riflessione critica. Grazie a questo intreccio, i materiali eterogenei che confluiscono nel sito genereranno i nodi di una trama al tempo stesso comune e molteplice: dalla cura dell’ambiente alla salute mentale, dalle pratiche artistiche all’attivismo politico, dalle forme di spiritualità alle intersezioni tra femminismi, antirazzismo e antispecismo. Saranno benvenute anche le proposte che sperimentano nuove forme di scrittura attorno a questi temi, esplorando linguaggi e modalità espressive capaci di aprire ulteriori spazi di senso.

Piani di Salvezza non è una rivista organizzata in numeri. I testi sono pubblicati singolarmente. L’idea è di dare forma a una zattera in cui i testi entrano in relazione attraverso affinità e piani tematici. Più che una sequenza lineare, si tratta di costruire un insieme mobile, un archivio che si organizza in modo dinamico secondo inediti rapporti di vicinanza.

Il gruppo redazionale si riserva di collocare i testi nelle sezioni ritenute più opportune e, se necessario, di confrontarsi con gli autori su eventuali proposte di traduzione, corredate da note redazionali.

I contributi possono essere inviati all’indirizzo email indicato nella sezione Contatti.

Autori

The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Filosofo e scrittore, naviga in un arcipelago...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Docente di Filosofia Etico-politica, Etica Sociale, Etica...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Ricercatore indipendente, dopo aver conseguito un Dottorato...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Insegnante, critico. Ha pubblicato testi e volumi...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Art director, progettista e illustratore, nato a...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Laureato in filosofia a Roma. Attualmente vive...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Nome d'arte Reverendo, è un compositore e...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Ha conseguito una laurea in Metodologie filosofiche...
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
Dottorando in filosofia tra Parigi e Bologna....

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Tronchi – Sono gli assi che formano la struttura grezza della zattera. Materiale minimo comune su cui si cammina, sul quale ci si appoggia. I tronchi devono essere abbastanza solidi per fare da sostegno, resistere all’urto delle onde, e abbastanza leggeri per non andare a fondo. I tronchi non sono rigidi per principio, ma reggono all’urto, sorreggono corpi perché sono ornati dalla memoria del mare che gli ha levigati, dalle cicatrici delle correnti che hanno attraversato. Qui si collocano i contributi che costruiscono consistenze: analisi, strumenti, architetture e genealogie politiche, archivi di resistenza, metodologie, testimonianze durevoli, memorie lunghe. I tronchi non promettono stabilità assolute ma galleggiamenti condivisi.

Interstizi – Si dice che in una zattera più buchi ci sono e meno acqua entra. Una zattera dallo scafo troppo compatto prima o poi imbarca acqua e affonda. Gli interstizi sono i vuoti tra un tronco e l’altro, fessure dove l’acqua può passare, falle che permettono alla zattera di prende l’abbrivio. Luoghi instabili per necessità, porosi. Qui saranno raccolti i contributi che hanno a che fare con linguaggi sperimentali, esperienze che attraversano confini, pratiche liminali e indisciplinate, derive, intuizioni ancora incomplete. Gli interstizi non sono luoghi da riempire ma spazi che preludono alla trasformazione. Non hanno a che fare con ciò che è stabile, ma con ciò che muta.

Vele – Senza vele la zattera resta in balia delle onde. La vela è ciò che si dispiega e ripiega gonfiandosi al vento per donare quel minimo di guida utile al transitare tra le correnti. Le vele raccolgono le forze disperse dell’aria per trasformarle in traiettoria. Eppure, in una zattera, non c’è mai il controllo assoluto della rotta, piuttosto si tratta di imparare l’arte del disequilibrio per restare a galla. Le vele parlano di guida senza dominio, di tensioni verso un possibile. Sono ciò che della zattera si espone all’invisibile, alle atmosfere, alle lunghe scie della storia, ai desideri collettivi, ai cambiamenti ancora senza nome. Qui saranno raccolte visioni, intuizioni declinate al futuro, ipotesi politiche, immaginari, strategie e domande che orientano il viaggio. Ma anche manifesti, pedagogie radicali ed esercizi di immaginazione collettiva. In fondo, le vele ricordano che sopravvivere a una tempesta non basta: occorre anche orientarsi, desiderare, immaginare. Le vele non controllano la tempesta, ma permettono di attraversarla senza restare immobili.

Funi – Senza una corda che ne leghi i pezzi, la zattera si sfascia al primo colpo di vento. D’altra parte, se il nodo della fune è troppo stretto, la zattera si irrigidisce, diventa pesante, gli interstizi si serrano e l’onda rischia di trascinarla a fondo. Perché una zattera si mantenga a galla, i nodi devono essere abbastanza laschi senza smettere di legare. Le funi sono ciò che lega i tronchi, tende le vele, permette agli elementi di restare distinti senza separarsi: tengono insieme senza annullare le differenze. Qui saranno raccolti i contributi che hanno a che fare con la cura dei legami, con pratiche operative e affettive, con la fabbricazione di reti e corrispondenze, dialoghi tra prospettive divergenti, connessioni e relazioni tra saperi e comunità differenti. Le funi sono legami laschi, si tendono, si allentano, ma resistono: permettono di muoversi senza abbandonare, impediscono che i pezzi della zattera si disperdano in mare.

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