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Che cos’è la salute mentale?

Last updated: Maggio 12, 2026 8:15 am
Pierangelo Di Vittorio
Published: Maggio 9, 2026
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XIX secolo, The Sleeping Beauty, Edward Coley Burne-Jones
XIX secolo, The Sleeping Beauty, Edward Coley Burne-Jones
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Ambivalenze di un risveglio critico


Nel 1967, esce per Einaudi Che cos’è la psichiatria?, e per la prima volta il tentativo di trasformazione della psichiatria, avviato da Franco Basaglia nel manicomio di Gorizia, viene allo scoperto. L’anno dopo, con la pubblicazione di L’istituzione negata, l’oscuro laboratorio goriziano – nel quale le pratiche volte a inventare nuove relazioni con gli internati si sono strettamente intrecciate con una riflessione nutrita da importanti ricerche critiche – è illuminato dai bagliori del ’68. Grazie alla politicizzazione del movimento anti-istituzionale, che avviene in quegli anni, la psichiatria diventa in Italia uno dei capitoli della “questione sociale”, fino all’esito della riforma 180 del 1978. Negli anni successivi, la legislazione italiana, e la salute mentale che ne è stata la concreta emanazione, sono state riconosciute come un punto di riferimento a livello internazionale. Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, esce sempre per Einaudi Che cos’è la salute mentale? Genealogie e prospettive critiche. Il volume, curato da Mario Colucci, raccoglie una serie di interventi che s’interrogano, da posizioni e punti di vista diversi, sulla situazione attuale della salute mentale, in Italia e a livello globale.

L’esigenza di un approccio “critico” alla salute mentale, e non solo alla psichiatria, si manifesta finalmente alla luce del sole. La sovrapposizione tra le due pubblicazioni crea un suggestivo effetto ottico, ma proprio per questo sarebbe bene procedere con cautela. Il problema sta tutto in quel “finalmente”. Si può infatti essere contenti per il traguardo – finalmente! – raggiunto, ma si può anche restare perplessi, e magari nutrire qualche preoccupazione, se si prendono le cose alla lettera: finalmente, cioè “alla fine”. All’improvviso il traguardo assume una tonalità crepuscolare, e può sorgere qualche scomoda domanda. Alla fine di cosa? Quanto tempo è passato “prima” di raggiungere il traguardo? E che cosa è successo “nel frattempo”, cioè strada facendo? Prendiamo come punto di riferimento La gestione dei rischi di Robert Castel: il libro esce in Francia nel 1981, dedicato a Franco Basaglia, con cui il sociologo francese aveva stretto un lungo sodalizio. In modo abbastanza esplicito, la ricerca di Castel è un invito ad aprire una nuova stagione critica, esigenza del tutto condivisa da Basaglia (basta leggere le Conferenze brasiliane): è tempo di spostare l’attenzione dalle istituzioni coercitive dello Stato, ai dispositivi diffusi di governo delle popolazioni. Cioè, in sostanza, smettiamola di focalizzare l’analisi sul manicomio, e cominciamo a occuparci della salute mentale – intesa come un aspetto della gestione medico-politica (biopolitica) delle popolazioni – nel quadro delle nuove politiche neoliberali.

Ora, il problema non è tanto che il libro La gestione dei rischi sia stato “finalmente” pubblicato in Italia solo nel 2024, ma che in questo lasso di tempo, corrispondente all’intera storia della salute mentale in Italia, la svolta auspicata da Castel non sia avvenuta; cioè quella stagione critica, in Italia, non si è mai aperta (e i pochi che ci hanno provato si sono ritrovati a vivere, sostanzialmente, da separati in casa). Il che significa che, nella salute mentale italiana, per tutto questo tempo ci si è “fissati” sul manicomio (la “cattiva” psichiatria che ritorna o che, grazie ai suoi continui travestimenti, non è mai passata), congelando il tempo di una stagione critica che non ha mai avuto la possibilità di sbocciare. Per quanto paradossale ciò possa sembrare, la prima “vittima” di questa fissazione è stato Basaglia: la sua cassetta degli attrezzi critica è rimasta sepolta sotto la vulgata della lotta di liberazione contro il manicomio, impedendo di trovarvi strumenti utili per affrontare le sfide del presente (dopo l’esperienza nel 1969 presso un Community Mental Health Center a New York, Basaglia metteva già in guardia contro la salute mentale come controllo totalizzante delle popolazioni). Il fatto che oggi – “finalmente” – si discuta della salute mentale in relazione alla biopolitica e al neoliberalismo (aspetti che andrebbero comunque tenuti distinti, per meglio analizzarne le specifiche connessioni), non deve farci dimenticare il grande ritardo con cui questo tipo di approccio critico si manifesta. L’attuale traguardo, che a dire il vero ha quasi del miracoloso (ma il miracolo andrebbe spiegato, o quanto meno interrogato: perché “proprio oggi”, in Italia, si è cominciato a discutere in modo critico della salute mentale?) è in realtà il risveglio al calar della sera – o per meglio dire a notte inoltrata – della bella addormentata nel bosco. Considerarlo anacronisticamente come l’alba di un nuovo inizio sarebbe un errore clamoroso, promessa di nuovi ed esponenziali ritardi: dopo aver dato per anni tutta la colpa al manicomio e alla cattiva psichiatria, potremmo infatti cominciare a dare tutta la colpa al neoliberalismo (come si fa in Francia da almeno vent’anni!), continuando così a schivare l’analisi dei chiaroscuri propri alla “nostra” storia della salute mentale, e quindi ad assolverci dalle nostre “responsabilità” rispetto alla situazione attuale.

Allo stesso modo, possiamo constatare come oggi si siano improvvisamente messe a circolare alcune prospettive critiche, rispetto alla storia della salute mentale in Italia, in maniera così disinvolta da far pensare che si tratti un patrimonio comune da lungo tempo acquisito e sedimentato. Non è così, e ricordarlo è fondamentale, perché ancora una volta l’anacronismo può rivelarsi più disastroso del ritardo in sé. Le stesse cose – minoritarie o non ascoltate nel momento in cui sono state dette, e riprese oggi come se fossero del tutto scontate – possono infatti significare cose completamente diverse e persino opposte. Il risultato potrebbe essere la “perversione” della critica stessa. Facciamo un esempio: da molti anni si prova a mettere in guardia contro il rischio di una “monumentalizzazione” della tradizione della salute mentale italiana, che contribuisce alla sua “modellizzazione” (alla sua idealizzazione), per sottolineare invece le discontinuità e le contraddizioni del processo che va da Gorizia al periodo post-legge 180 (si veda a questo proposito il volume Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia, del 2019, e più in generale tutto il lavoro critico svolto negli ultimi venti-venticinque anni sulle pagine della rivista “aut aut”). Ma che cosa succede nel passaggio da ieri a oggi? L’esigenza di demonumentalizzare la tradizione non era un invito a “rottamarla”, cioè a liberarsi dalla storia, come talvolta si ritiene oggi, ma intendeva piuttosto essere un tentativo di “salvarla”, smontandola, e ritrovare così un certo valore d’uso del passato per il presente; parimenti, l’esigenza di  rompere la vetrina del modello della salute mentale italiana, era un invito a riconnettersi con la realtà storica dei suoi chiaroscuri, per ritrovare le condizioni e il desiderio di trasformare la realtà, e non per perorare la sostituzione dei vecchi modelli con nuovi modelli, cioè per passare con nonchalance da un’idealizzazione a un’altra; infine, il fatto di sottolineare la discontinuità e le contraddizioni della “rivoluzione” avvenuta a Trieste, mostrando i punti d’attrito e di articolazione con cui, in quel fondamentale passaggio storico, due generazioni diverse si sono sovrapposte, era un invito a problematizzare il rapporto tra la leadership e le esperienze di trasformazione sociale, e non un lasciapassare per il ritorno selvaggio del “fantasma” dell’autorità. Oggi il rischio di questa perversione critica, legata alla sfasatura temporale con cui la critica è recepita e produce effetti, è quanto mai vivo e presente, e dovremmo perciò essere molto vigili rispetto ai discorsi che produciamo e che facciamo circolare.

Ma attenzione: il ritardo non si riduce a una questione di libri non pubblicati e di ricerche trascurate o non sviluppate. Sarebbe ancora un approccio semplicistico, per continuare a esorcizzare il problema. In questo ritardo, che di certo ha anche a che fare con la brutale dissociazione tra le pratiche e la ricerca critica (ci torniamo), sono accadute cose molto concrete. Solo che queste cose, essendo rimaste a lungo fuori dall’“inquadratura” critica, focalizzata sempre e unicamente sul manicomio, oggi non siamo nemmeno in grado di metterle a fuoco e riconoscerle. E proprio questo è il punto: dovremmo riuscire a rimemorare genealogicamente ciò che è accaduto nella salute mentale italiana in questo mezzo secolo, mentre cerchiamo di andare avanti, riallineandoci con il presente affinché sia possibile riprendere a trasformare – qui e ora – la realtà.

Il nostro tavolo è vuoto, o quasi. Perciò possiamo solo “immaginare” queste cose molto concrete, nella speranza che tale lavoro di rimemorazione dinamica sia intrapreso. Quali potrebbero essere le coordinate di questo esercizio di immaginazione, necessario per andare alla ricerca di tutta quella “materia storica” che è rimasta fuori dall’inquadratura, diventando silenziosa, quasi “invisibile”? Per prima cosa è chiaro che, avendo gli occhi costantemente puntati sul manicomio, altri aspetti inerenti al processo di modernizzazione della psichiatria (cioè all’affermazione storica della salute mentale delle popolazioni come “dominante” sistemica), non sono stati rilevati, percepiti. Proviamo allora a immaginare le conseguenze concrete di questa disattenzione, di questa mancata vigilanza critica: quante forme di resistenza o di contro-condotta, in tutti questi anni, non sono state attivate rispetto alle tendenze modernizzatrici della salute mentale? Quante biforcazioni non sono state tentate, quanti antidoti non sono stati fatti circolare nel sistema? E, viceversa, che effetti di ridondanza sistemica ha prodotto nel corso del tempo l’assenza di simili biforcazioni e antidoti? In secondo luogo, sempre a causa di questa “fissazione” (anti-)manicomiale, è probabile che non si sia riusciti a percepire dove e come la salute mentale italiana, con le sue indubbie e specifiche qualità, andava comunque a sovrapporsi con le tendenze generali e di lungo periodo della salute mentale, producendo pericolose zone grigie. Proviamo di nuovo a immaginare gli effetti concreti di questa mancata percezione: non solo può essere venuta meno l’esigenza di intervenire criticamente su queste zone “a rischio” di sussunzione sistemica, attivando dinamiche che consentissero di immettere “tensione” nel sistema; ma può essere persino successo che le tendenze sistemiche siano state avallate, sia perché ritenute secondarie rispetto all’essenziale (la lotta contro la cattiva psichiatria, la difesa della 180 ecc.), sia perché sublimate in termini di “buone pratiche” (di salute mentale). Un refrain in fondo abbastanza comune: trascuriamo certe cose perché le vere battaglie sono altre (le solite); ovvero facciamo quello che fanno tutti, perché i tempi sono cambiati, ma siccome siamo noi a farlo, e noi facciamo sempre ciò che è buono e giusto, allora queste cose – in linea di principio discutibili, perché le fanno anche i nostri avversari – diventano automaticamente buone e giuste, come toccate dalla grazia del re Mida.

Pensiamo per esempio a quell’aspetto del tutto concreto, ma altrettanto “invisibile” rispetto all’analisi critica, costituito da alcune “carriere” psichiatriche dopo la legge 180: nel quadro dell’aziendalizzazione della sanità pubblica a partire dalla seconda metà degli anni ’90, sulla base del presupposto che i nemici erano e saranno sempre il manicomio e la psichiatria (per principio “cattiva”), il fatto di aver assunto responsabilità di “governo” – management – nella sanità, non solo non ha posto problema, nel senso che non è stato oggetto di un’opportuna problematizzazione, ma è stato interpretato, e divulgato, come una prosecuzione del tutto coerente e necessaria della vecchia, sacrosanta militanza. Insomma, proprio su questo terreno si sarebbe svolta l’“ultima battaglia”. Peccato che la battaglia, a furia di essere l’ultima, ha spostato il terreno dello scontro sempre più all’interno delle linee nemiche, con il risultato che un giorno ci siamo svegliati completamente circondati, senza nemmeno capire che siamo stati noi a chiudere il cerchio, e ritrovandoci quindi del tutto assolti rispetto a ciò che, nel frattempo, è successo. E così oggi, trent’anni dopo l’avvio del processo di aziendalizzazione, ci risvegliamo denunciando il morso famelico del neoliberalismo, dimenticando (obliterando) il fatto che siamo stati anche noi a far entrare il lupo nella favola, anzi a legittimarne l’ingresso, in nome del nostro “buon governo” della salute mentale. Tocchiamo qui tutta la pesante consistenza del nostro ritardo critico (magari il ritardo fosse un semplice “vuoto” di tempo), e quindi l’importanza di una rimemorazione attiva di quello che è accaduto in questo mezzo secolo di salute mentale in Italia.   

In terzo luogo, e come conseguenza di tutto questo, la salute mentale italiana, nonostante la grande eterogeneità che ha caratterizzato la sua effettiva realizzazione, si è cristallizzata in una sorta di “effetto vetrina”: la sua immagine ideale è stata salvaguardata nel tempo, mentre i problemi che la realtà continuava a porre sono stati sistematicamente proiettati all’esterno, scaricati sul solito, inossidabile nemico (il manicomio, la cattiva psichiatria). E così la salute mentale italiana, sigillata nello scrigno della sua eterna bellezza, si è addormentata nel bosco, confondendo la sua specifica originalità, e la sua indubbia qualità, con il fatto di essere il “modello” universale di salute mentale. Un modello che, per principio, non poteva che realizzarsi (mentre è successo precisamente il contrario, e cioè che le tendenze generali e di lungo periodo della salute mentale, grazie all’innesto delle politiche neoliberali, hanno finito per divorare dall’interno anche la salute mentale italiana). La rimemorazione dinamica del mezzo secolo di salute mentale in Italia dovrà quindi necessariamente passare da una rottura della vetrina, cioè da un attraversamento dello specchio, in cui il suo bel modello ha continuato a riflettersi in tutti questi anni, mentre la catastrofe avanzava ovunque.

Se quanto detto illustra in qualche modo il “mostruoso” ritardo con cui in Italia una critica della salute mentale viene alla luce, resta da chiedersi perché la bella addormentata nel bosco si stia risvegliando “proprio ora”. Quando interroghiamo l’attualità, è sempre difficile, e persino inopportuno, fornire “spiegazioni”. Limitiamoci a indicare qualche elemento che potrebbe aiutarci a far risuonare la domanda “perché oggi?”, utile per accompagnare il lavoro di rimemorazione dinamica di cui dicevamo. L’effetto vetrina della salute mentale italiana è stato per così dire puntellato da tre elementi. Il primo riguarda ciò che potremmo chiamare l’utilità del nemico. Il manicomio è stato senz’altro, e per indiscutibili ragioni, il bersaglio della lotta del movimento anti-istituzionale; tuttavia, dopo la legge 180, questo “nemico” storico, è diventato una presenza sempre più spettrale, fantasmatica, la cui costante evocazione è servita per nutrire un’“identità” sempre più anacronistica, sempre meno ancorata alla realtà storica: quella dell’eterno militante contro il manicomio. Così la psichiatria è stata istituita come l’“oggetto cattivo” della salute mentale italiana, consentendo a quest’ultima di sigillarsi nel suo scrigno ideale.

Il secondo elemento riguarda invece un fenomeno di economia morale. Per mezzo secolo, ogni presa di parola, ogni discorso nell’ambito della salute mentale, per potersi considerare legittimo, doveva procedere dalla “denuncia” del manicomio. In altri termini, ogni tipo di analisi doveva essere fondata sull’eterno “scandalo” del manicomio: questo ha senz’altro consentito di mantenere viva l’attenzione civile sugli eccessi di potere lesivi della liberà e dei diritti delle persone, ma ha anche pregiudicato la possibilità di acquisire un nuovo bagaglio critico, utile per individuare e affrontare le nuove forme di “violenza sistemica”. L’effetto perverso di questa economia morale, fondata sulla Legge dello scandalo manicomiale, è che alla fine diventava scandalosa la stessa possibilità di aggiornare il proprio bagaglio critico (collegando magari le proprie pratiche con una riflessione nutrita da un nuovo campo di studi e ricerche). L’effetto non è stato il semplice “congelamento” dell’atteggiamento critico, nel senso che tale congelamento si è espresso secondo modalità molto “calde”. In primo luogo, una forma di ricatto morale che inibiva le spinte critiche, eccentriche rispetto al discorso basato sulla condanna del manicomio, facendo senza sosta planare lo spettro dell’eresia, cioè della stigmatizzazione o della messa al bando; in questo modo, la ricerca critica è stata posta radicalmente “sotto tutela”, inferiorizzata o infantilizzata sulla base di una pregiudiziale gerarchia di carattere morale. Fare ricerca è diventato per anni qualcosa di sospetto o comunque subalterno all’ordine del discorso della denuncia morale. In secondo luogo, questa situazione ha portato a nutrire oscuri sensi di colpa e/o a praticare omissioni di natura opportunistica: perché aprirsi a nuove e diverse prospettive critiche, sforzandosi magari di collegarle riflessivamente alle proprie pratiche quotidiane, visto che “non è giusto” farlo? Visto che l’unica cosa giusta e legittima è continuare a “scandalizzarsi” per il manicomio? Si è così creato un clima da “analfabetismo funzionale”: tutto ciò che, per molto tempo, si è potuto dire o scrivere, spostando l’attenzione dalla centralità del manicomio, pur essendo ascoltato e letto, non poteva essere né capito né tanto meno usato nella propria pratica quotidiana.

Poi oggi, d’un tratto, scopriamo che le persone sono più “libere” di prestare attenzione a ciò che si dice e si scrive, anche se le cose che si dicono e si scrivono sono praticamente le stesse dette e scritte per anni: e cioè una serie di analisi “decentrate” rispetto alla denuncia del manicomio e della cattiva psichiatria, e che provano a focalizzare l’attenzione su questioni quali la biopolitica e il neoliberalismo, oggi diventate improvvisamente d’attualità. Perché? Perché solo oggi? Perché proprio oggi? La domanda risuona pungolando. Potremmo allora avanzare l’ipotesi che l’improvviso “disgelo” sia legato alla crisi di una certa egemonia culturale. Questo è il terzo puntello dell’effetto vetrina della salute mentale italiana: puntello fondamentale, e che potrebbe in realtà costituire l’architrave di tutto il sistema (idealizzante). Per mezzo secolo, l’egemonia culturale è stata fondata su un generico anti-intellettualismo, emerso in particolare nel corso dell’esperienza triestina, e che rappresenta per così dire il contraltare del suo formidabile attivismo, grazie al quale è stato possibile fornire un esempio concreto di salute mentale, in anticipo rispetto alla legge 180, e contribuendo così alla sua promulgazione. L’egemonia culturale riguarda il primato assoluto delle pratiche militanti nella salute mentale, intesa come eterna lotta contro la cattiva psichiatria e per l’emancipazione delle persone, rispetto a ogni forma di “sapere”, sia esso clinico o critico, considerato per principio come qualcosa di secondario, oppure di negativo e controproducente, secondo una gamma variabile di giudizi “degradanti”. Il sapere può essere un subdolo nemico, il cavallo di Troia tramite il quale la cattiva psichiatria cerca di rientrare nella salute mentale per distruggerla e assoggettarla; oppure può essere un ostacolo o un alibi, che distoglie o assolve dall’autentico impegno pratico e militante che deve caratterizzare la salute mentale; oppure ancora, più semplicemente, può essere una perdita di tempo, un inutile passatempo da intellettuali. “Volete sapere? Andate nel territorio!”: quante generazioni si sono sentite rivolgere questo tipo di risposta (che in realtà era un’ingiunzione)? Partire dalle pratiche è senz’altro fondamentale, e l’“invito” ad andare nel territorio (per sapere diversamente, o “piuttosto” che sapere? – questo è il punto) all’inizio poteva avere un senso, ma dopo? Gli anni passano, e oggi qualcuno potrebbe obiettare: “Nel territorio? D’accordo, ma quale?”. Dove sono oggi i “territori”? Dove sono le “comunità” nei territori? Che cosa significa lavorare nei territori, quando è il “sociale” stesso a essere distrutto e avanziamo tra cumuli di macerie? Siamo ancora disposti a difendere il fortino della salute mentale, presidiata dagli stendardi della legge 180, sapendo che il deserto è progredito da tutti i lati, erodendo dalle fondamenta anche la nostra cittadella ideale?       

In ogni caso, riprendendo il filo del nostro ragionamento, proviamo a immaginare le conseguenze di questa “castrazione” della pulsione di sapere nella salute mentale italiana. Immaginiamo gli effetti che, in questo mezzo secolo, tale castrazione ha potuto produrre in termini di inibizione, di colpevolizzazione, oppure di giustificazione, di legittimazione a “non sapere”, cioè a non aggiornare il proprio bagaglio critico in collegamento con le proprie pratiche. Non solo, pensiamo all’effetto complementare di questa sistematica diserzione del campo del sapere: lungi dal dissolversi, la pulsione di sapere – che come tutte le pulsioni non è un’erbaccia che possiamo sradicare a piacimento dal nostro giardino – si è innestata su ciò che, anche grazie a questa diserzione, ha finito per colonizzare il campo del sapere. Cioè la pulsione di sapere si è rivolta proprio verso i vecchi “nemici”, che l’aspettavano a braccia aperte e che, nel frattempo, avevano saputo aggiornarsi, e come! Ma oggi abbiamo davvero il diritto di lamentarci, se il desiderio di sapere s’indirizza sempre più verso le nuove tecniche e i nuovi modelli neuroscientifici? Invece di lamentarci, potremmo assumerci qualche responsabilità sul piano storico: a questo serve il lavoro di rimemorazione, senza del quale nessun tentativo concreto di trasformare la realtà è concepibile. Per trasformare la realtà bisogna infatti prima di tutto fare presa su di essa: continuando a idealizzare il nostro passato, senza assumerci nessuna responsabilità storica rispetto a ciò che è accaduto, la realtà continuerà a sfuggirci sotto i piedi.  

Il crollo di un’egemonia culturale non è qualcosa da prendere alla leggera. Pensiamo alla caduta del muro di Berlino: quanti sarebbero oggi disposti a danzare sulle macerie, considerando quello che è successo dopo? Dal caos può emergere di tutto. Nel vuoto di potere determinato dal crollo di un’egemonia, tutti possono ambire a prendere i posti in prima fila. È tuttavia innegabile che si aprono anche spazi di libertà (come quello che permette – finalmente – di prestare attenzione a cose che, seppure ascoltate e lette, non potevano essere recepite e assimilate). Il crollo di una certa egemonia culturale nella salute mentale italiana, di cui uno dei sintomi potrebbe essere appunto il risveglio critico rispetto alla salute mentale, libera senz’altro appetiti corporativi e personalistici, ma potrebbe essere anche l’occasione per assumersi qualche responsabilità, rispetto al presente e al futuro della salute mentale in Italia. Non si tratta di contestare l’efficacia dell’egemonia culturale, ma di considerare come tale efficacia agisca, non solo rispetto al campo avverso, ma anche all’interno del campo amico. Con buona pace di Gramsci, come sottolinea Gianni Celati in Alice disambientata, l’egemonia culturale tende anche a fare piazza pulita dei corpi “eccedenti”, di tutti i “residui” resistenti alla coriacea organicità della classe. Da questo punto di vista, l’egemonia culturale, attraverso cui si prova a imporre una visione del mondo come senso comune, è anche una mannaia quotidiana rispetto a tutto ciò che sembra minare o destabilizzare dall’interno tale visione. L’egemonia culturale produce insomma il problema dei non allineati o dei dissidenti (produce i non allineati e i dissidenti come problema). Non ce ne dovremmo dimenticare, ovvero dovremmo provare a rimemorare anche questo aspetto, riflettendo attentamente sulle sue conseguenze. In particolare, potremmo chiederci: quanti rami “divergenti” sono stati tagliati, quante parabole di ricerca “eccentriche” sono state bruciate, o lasciate semplicemente sfiorire o abortire, in questi quarant’anni di sorti progressive della salute mentale italiana? Peccato che questo non allineamento critico poteva essere un tentativo di allinearsi al presente, e tagliando o trascurando questi rami storti scontiamo oggi tutta la nostra arretratezza culturale.   

Così la pancia del ritardo si riempie di una consistenza più pesante, grave, per non dire drammatica, e il risveglio assume una connotazione più dura, un profilo più tagliente. Infatti, dinanzi al tardivo risveglio di un’interrogazione critica sulla salute mentale in Italia, non si tratta più soltanto di essere perplessi o preoccupati, ma c’è proprio da incazzarsi. Perché se queste prospettive critiche eccentriche, invece di essere inibite, ignorate, falciate o sepolte vive, fossero state riconosciute, accolte e incoraggiate, si sarebbe forse trovato il tempo e il modo di intrecciarle con le pratiche di salute mentale, riducendo il gap, e producendo magari, strada facendo, qualche effetto concreto. In fondo, si tratta sempre del rapporto tra saperi e pratiche, ma attenzione: la questione non è quella di insegnare Basaglia all’università (o di avere “basagliani” che insegnano all’università), né quella di prendere l’iniziativa per fare tante belle formazioni, di qua e di là, allo scopo di colmare le presunte lacune della propria formazione universitaria. Il punto è un altro, ed è una questione strutturale: affinché possa esservi una “critica effettiva”, come la chiama Michel Foucault, una critica che si produce nel momento stesso in cui si prova a trasformare la realtà, la ricerca deve continuare a intrecciarsi con le lotte e le pratiche quotidiane. La ricerca andrebbe fatta direttamente nei servizi, nei luoghi della riabilitazione ecc., mentre oggi assistiamo alla drammatica scissione tra pratiche e ricerca, risultato della lunga lacerazione di quel tessuto connettivo che è tuttavia il lascito, tanto sotterraneo quanto fondamentale, del movimento anti-istituzionale, a cominciare dall’oscuro laboratorio di Gorizia. Il punto è sempre quello: riuscire a distillare saperi “autonomi”, grazie a una costante riflessione sulle proprie pratiche, supportata da una cassetta degli attrezzi critica che si assembla e si arricchisce strada facendo. Questi saperi sono autonomi perché direttamente connessi con l’invenzione quotidiana di nuove relazioni e nuovi legami (invenzione che, ovviamente, dovrà sempre tenere conto dei contesti concreti nei quali si produce). In altri termini, è la stessa creatività a livello “micro-sociale” a costituire una dimensione autonoma, cioè eterogenea ed eccedente, sia rispetto ai modelli di sapere, sia rispetto alle forme istituzionali e politiche, e proprio questa autonomia consente di mettere i due poli in tensione, spingendoli a trasformarsi e producendo così qualcosa di diverso e inedito.  

Il movimento uscito vittorioso dal traguardo della legge 180, si è trovato dinanzi a un bivio: o il potere universitario, o il potere territoriale. Ha scelto risolutamente il secondo, ed era senz’altro l’opzione più logica, quella più coerente con una certa visione del mondo. Ma il problema è che non si è praticata quella via di fuga che era tuttavia iscritta nel DNA del movimento: né (solo) università, né (solo) territorio, ma provare a creare le condizioni affinché la presenza di ricercatori nel lavoro territoriale fosse costante e “determinante”, e non episodica o folkloristica. Il movimento ha trascurato questa possibilità, quando essa non è stata apertamente osteggiata o distrutta, proprio in nome di quella visione del mondo che l’egemonia culturale era chiamata a veicolare: “le pratiche militanti prima di tutto” (cioè “solo” le pratiche militanti, ovviamente guidate da una “regia” istituzionale illuminata, e senza mai interrogarsi sulla flagrante contraddizione di un sapere ingegneristico, verticale e dato sempre per scontato, che si arrogava il diritto di mettere fuori gioco tutti gli altri). E la ricerca? Chi se ne frega, è solo noise, ornamento nel migliore dei casi, che vada in malora. Il volume Che cos’è la salute mentale? potrebbe segnalare il raggiungimento di un traguardo, nel senso di una soglia che è stata varcata. Ma se questa nuova stagione critica non troverà il modo di intrecciarsi con le pratiche quotidiane di salute mentale, “sperimentando” concretamente la possibilità di trasformare la realtà, allora, semplicemente, nessun traguardo sarà stato raggiunto. Infatti, non è detto che, varcando la soglia, tutto ciò che ha ostacolato questo intreccio, all’improvviso e come per incanto, si dissolva. Al contrario, l’identità militante, il discorso della denuncia e il ricatto morale, e lo stesso “effetto vetrina” (l’idealizzazione dei modelli) potrebbero ripresentarsi in forme diverse. E in mancanza di una chiara egemonia culturale, il risultato potrebbe essere anche peggio.   

Oggi in giro si vedono soprattutto assalti a una diligenza senza pilota, e servizi arroccati nella gestione autocratica del proprio potere (nonostante la catastrofe generale, o grazie ai sussulti avanguardistici che la catastrofe sembra talvolta poter giustificare o richiedere). Far entrare nella realtà della salute mentale i ricercatori – di qualsiasi tipo essi siano (compresi gli ESP, se hanno voglia di farlo, e se glielo lasciano fare) – significa infatti negoziare il proprio sapere con quello degli altri, e quindi accettare di perdere potere. E la rinuncia al proprio potere, ieri come oggi, sembra sempre la cosa più difficile da praticare.  

TAGGED:genealogiapsichiatriasalute mentale
The Raft of the Medusa by Theodore Gericault - 19th Century
ByPierangelo Di Vittorio
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Filosofo e scrittore, naviga in un arcipelago fatto di ricerca, insegnamento e formazione, pratiche artistiche, azione culturale e sociale. Dopo essersi laureato in filosofia a Bari, lavora come educatore nei servizi di salute mentale di Trieste, per poi proseguire gli studi di filosofia presso l’università Marc Bloch di Strasburgo con Philippe Lacoue-Labarthe. È tra i fondatori del collettivo di ricercatori e artisti Action30, e di TransverberA - Pratiche artistiche per la promozione di legame sociale. Fa parte del CdA dell’agenzia di formazione SOFOR di Bordeaux, e della redazione della rivista “aut aut”. Insegna “Antropologia dell’immagine” presso la scuola di grafica e design IDEAcademy di Bari.

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Piani di Salvezza (che è anche una collana della casa editrice Efesto) è uno spazio per praticare l’arte effimera dell’annodare, cercando l’intensità trasversale delle connessioni. Una zattera per superare l’incantesimo della catastrofe, immaginando possibili vie di fuga e nuove forme di legame sociale.

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